Categoria: Logistica e Supply Chain

FBA, FBM, spedizioni internazionali e gestione dello stock: tutto ciò che serve per una logistica efficiente su Amazon.

  • Amazon stringe sui resi seriali: account a rischio per i clienti, ma il conto arriva anche ai brand

    Amazon stringe sui resi seriali: account a rischio per i clienti, ma il conto arriva anche ai brand

    Amazon: stretta sui resi — cosa cambia per clienti e brand

    TL;DR — Amazon ha iniziato a mostrare ad alcuni clienti un avviso dentro il flusso di reso: resi ripetuti, cancellazioni dopo la spedizione, rifiuti alla consegna e rimborsi su articoli non restituibili possono portare a limitazioni o chiusura dell’account. Non è un caso isolato: è l’ultimo tassello di una strategia iniziata con la riduzione della finestra di reso da 30 a 14 giorni (23 giugno 2025 su Amazon.it) e proseguita con gli strumenti che scaricano il costo dei resi sui venditori — il badge “Reso di frequente” e la returns processing fee FBA, attiva anche in Italia. Per chi vende, il tasso di reso non è più un dato di magazzino: è una metrica di ranking, di conversione e di marginalità.

    Cosa è successo: l’avviso che compare prima del reso

    Alcuni clienti Amazon si sono visti comparire, durante la procedura di restituzione e prima ancora di selezionare il motivo del reso, un messaggio che segnala un numero anomalo di resi sul proprio account e invita a leggere con più attenzione le descrizioni dei prodotti prima di acquistare.

    Il dettaglio non è cosmetico: l’avviso appare prima della scelta della motivazione, quindi non è legato al singolo ordine ma alla storia complessiva dell’account. È un sistema che guarda al comportamento aggregato, non al singolo reso.

    I comportamenti che Amazon indica come a rischio sono sostanzialmente cinque:

    • resi frequenti e sproporzionati rispetto al volume di acquisti;
    • cancellazioni ripetute dopo che l’ordine è già stato spedito;
    • rifiuto della consegna alla porta;
    • richieste di rimborso su articoli non restituibili;
    • ordini di più varianti dello stesso prodotto con restituzione della maggior parte (il classico “compro tre taglie, ne tengo una”).

    Le conseguenze non si fermano al blocco dei resi: la chiusura dell’account comporta la perdita dell’accesso a ordini in corso, saldo Amazon Pay, abbonamento Prime e ai contenuti collegati (streaming musicale e video, foto in cloud).

    La posizione ufficiale di Amazon è sempre stata la stessa, ripetuta da anni: si tratta di “rare occasioni in cui qualcuno abusa del nostro servizio per un periodo prolungato“, e la chiusura non è mai una decisione presa alla leggera ma una misura per “proteggere l’esperienza di tutti i clienti“. Quello che Amazon non ha mai fatto è pubblicare una soglia numerica: non esiste un “numero massimo di resi” dichiarato.

    Non è una novità isolata: la timeline della stretta

    Chi vende su Amazon farebbe un errore a leggere questa notizia come un fatto di cronaca consumer. È il quarto passaggio di un percorso molto coerente.

    QuandoCosa è cambiato
    Marzo 2024Finestra di reso ridotta da 30 a 14 giorni su elettronica, informatica, cancelleria, musica, video e videogiochi.
    Giugno 2024Amazon introduce negli USA la returns processing fee basata su soglie di categoria: paghi solo se il prodotto supera il tasso di reso medio del suo segmento.
    23 giugno 2025La finestra a 14 giorni si estende su Amazon.it e Amazon.de a moltissime categorie: libri, giochi, fai da te, casa e cucina, auto e moto, dispositivi per la salute, grandi elettrodomestici, industria e scienza.
    2026Compare l’avviso anti-abuso nel flusso di reso lato cliente, con rischio esplicito di limitazione o chiusura dell’account.

    La direzione è una sola: il reso gratuito e illimitato come standard di mercato sta finendo. Amazon lo sta riportando a quello che è per legge — un diritto di recesso di 14 giorni previsto dal Codice del Consumo — smettendo di offrire il doppio della norma europea come vantaggio competitivo.

    Perché lo fa: l’economia del reso

    Ogni reso genera costi che non spariscono: trasporto di ritorno, controllo qualità, ricondizionamento, rietichettatura, ricollocazione a magazzino e, molto spesso, svalutazione del prodotto o distruzione se non è più vendibile come nuovo.

    Il caso limite è noto a chiunque venda online: l’abito comprato per un evento e restituito il lunedì, le decorazioni natalizie rese a gennaio, l’utensile usato per un weekend di lavori e rispedito indietro. Sono comportamenti che trasformano l’e-commerce in un servizio di noleggio gratuito — e il costo, alla fine della catena, lo assorbe quasi sempre il venditore terzo, non Amazon.

    Da qui la strategia a tenaglia: disincentivare il cliente seriale da un lato, responsabilizzare economicamente il venditore dall’altro.

    Cosa significa davvero per chi vende: tre impatti concreti

    1. Il badge “Reso di frequente” sulla scheda prodotto

    Amazon mostra un’etichetta di avviso sulla pagina prodotto quando il tasso di reso di un ASIN supera la soglia media della sua categoria. Il calcolo confronta le unità spedite con i resi avviati dai clienti su una finestra mobile di circa tre mesi, e la soglia varia moltissimo da categoria a categoria: secondo le analisi di settore si va da valori bassissimi nell’alimentare a soglie ben più alte nell’elettronica, dove un tasso di reso a doppia cifra è fisiologico.

    Il problema è dove compare: sopra la piega, nell’area di decisione, dove il cliente lo legge prima di aggiungere al carrello. Gli operatori che l’hanno subito riportano cali di conversione a doppia cifra. E non esiste una procedura di appello: il badge si rimuove solo quando il tasso rientra sotto soglia, con tempi che si misurano in mesi, non in giorni.

    Dove controllarlo: Seller Central → Performance → Voice of the Customer, dove trovi la colonna dedicata al badge e le metriche di reso per ASIN.

    2. La returns processing fee (che in Italia esiste già)

    Per i venditori FBA la commissione di gestione resi si applica agli ordini evasi in Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Spagna. Il meccanismo:

    • per la maggior parte delle categorie la fee scatta solo sulle unità restituite oltre la soglia di reso della categoria;
    • per abbigliamento e calzature non esiste soglia: si paga su ogni singolo reso;
    • la commissione è per unità, calcolata su fascia dimensionale e peso, ed è separata dalla commissione di gestione FBA.

    Tradotto: due prodotti con lo stesso prezzo di vendita e la stessa commissione FBA possono avere marginalità completamente diverse in base al tasso di reso. Se il tuo conto economico per ASIN non include questa voce, stai leggendo numeri sbagliati.

    3. La qualità del traffico che compri

    C’è un effetto meno evidente ma altrettanto costoso. Se una parte delle tue vendite arriva da annunci su keyword poco pertinenti, o da una scheda prodotto che promette più di quanto il prodotto mantiene, stai comprando resi con il budget advertising. Paghi il clic, paghi la commissione di vendita, paghi la logistica di andata, paghi il reso — e in più peggiori la metrica che rischia di farti finire il badge in pagina.

    Cosa NON cambia: il diritto di recesso

    Un chiarimento necessario, perché la notizia gira spesso in modo allarmistico. Il diritto di recesso di 14 giorni previsto dal Codice del Consumo per gli acquisti a distanza resta intatto e non è negoziabile: nessuna policy di piattaforma può comprimerlo.

    Quello che Amazon sta facendo è diverso: sta smettendo di regalare condizioni migliori della legge (i 30 giorni volontari) e sta agendo sul piano contrattuale, cioè sulla facoltà — prevista dalle Condizioni Generali d’Uso — di chiudere un account in caso di utilizzo abusivo del servizio. Sono due piani distinti: il diritto del consumatore sul singolo acquisto, e il rapporto contrattuale con la piattaforma nel suo complesso.

    La checklist operativa per il tuo catalogo

    1. Fai una diagnosi per ASIN, non aggregata. Il tasso di reso medio dell’account non dice nulla: quasi sempre il problema è concentrato su pochi codici. Isolali.
    2. Leggi i motivi di reso in Voice of the Customer. “Non conforme alla descrizione” e “prodotto difettoso” sono problemi diversi e richiedono interventi diversi: il primo si risolve sulla scheda, il secondo in produzione o nel packaging.
    3. Metti un margine di sicurezza sotto la soglia di categoria. Se stai a ridosso, un mese anomalo basta per far comparire il badge — e poi servono mesi per toglierlo.
    4. Sistema misure, taglie e compatibilità. Nella moda e nell’arredo la prima causa di reso non è la qualità, è l’aspettativa sbagliata: tabella taglie chiara, dimensioni in immagine, contenuto della confezione esplicito.
    5. Verifica il packaging. Una quota di resi “difettoso” è in realtà danno da trasporto. È il tipo di problema più economico da risolvere e con il ritorno più rapido.
    6. Ricalcola la marginalità includendo la fee resi. Categoria per categoria, ASIN per ASIN. Su abbigliamento e calzature, dove si paga ogni reso, l’impatto può ribaltare il segno del margine.
    7. Controlla le keyword che portano resi. Incrocia i termini di ricerca con i resi per ASIN: le campagne che portano traffico non pertinente si vedono qui prima che nel ROAS.

    Il nostro punto di vista

    La stretta sui resi seriali è una buona notizia per chi vende bene, e solo per chi vende bene. Amazon sta spostando il costo dei resi verso chi lo genera: il cliente che ne abusa e il prodotto che li provoca. Il risultato, per un brand con schede accurate e prodotti coerenti con quello che promettono, è meno concorrenza sleale da parte di listing gonfiate e un vantaggio competitivo che prima non veniva remunerato.

    Il rischio è per chi ha sempre trattato il tasso di reso come una voce di costo inevitabile, da mettere a bilancio e dimenticare. Da oggi quella voce si vede in pagina, pesa sulla conversione e si porta dietro una commissione dedicata.

    Se vuoi capire quali ASIN del tuo catalogo sono vicini alla soglia di categoria, quanto ti costano davvero i resi a livello di margine e da dove partire per rientrare, contattaci: analizziamo insieme i dati del tuo account e costruiamo un piano di intervento sui codici che pesano di più.


    Fonti: Webnews · Emplicit · il Salvagente · Agenda Digitale · QuiFinanza · Amazon Seller Central — Returns processing fee · Cahoot.

    Leggi anche: Dentro le truffe dei resi Amazon: come funzionano e chi ci rimette · GLS accelera sull’e-commerce: perché Shop Return Service può cambiare davvero la gestione dei resi.

  • GLS accelera sull’eCommerce: perché Shop Return Service può cambiare davvero la gestione dei resi

    GLS accelera sull’eCommerce: perché Shop Return Service può cambiare davvero la gestione dei resi

    Nel commercio elettronico, il reso non è più un semplice passaggio post-vendita. È diventato uno dei punti in cui si misura, in modo molto concreto, la qualità dell’esperienza cliente e la solidità dell’organizzazione del merchant. Per questo motivo, ogni innovazione che riguarda la reverse logistics merita attenzione. È in questo contesto che si inserisce Shop Return Service, la soluzione con cui GLS punta a rendere i resi più semplici, più accessibili e più integrati, sia in ambito nazionale sia cross-border. Sul sito GLS, il servizio viene presentato come una soluzione per gestire resi out of home nazionali e internazionali attraverso una rete di oltre 100.000 GLS Points in Europa.

    Il tema è tutt’altro che secondario. Chi vende online sa bene che il reso rappresenta uno snodo delicato sotto almeno tre profili: customer experience, efficienza operativa e marginalità. Un processo di restituzione complicato genera attrito, aumenta il carico sul customer care e può incidere negativamente sulla percezione del brand. Al contrario, una procedura chiara, autonoma e veloce contribuisce a rafforzare la fiducia del consumatore e a rendere più fluido l’intero ciclo d’acquisto. La stessa GLS, nei propri contenuti dedicati all’eCommerce, evidenzia come la possibilità di gestire consegne e resi in modo più comodo e flessibile possa incidere positivamente su vendite e conversioni.

    Dal punto di vista operativo, Shop Return Service si basa su una logica molto semplice: spostare il reso da processo “pesante” e assistito a flusso digitale, autonomo e tracciabile. Nella descrizione ufficiale del servizio, GLS sottolinea infatti che la soluzione è facile da implementare e da usare, e che può essere configurata attraverso un portale personalizzabile con l’immagine aziendale e con informazioni utili, inclusa la motivazione del reso.

    Questo passaggio è particolarmente interessante perché va oltre la sola comodità per l’utente finale. La raccolta strutturata del motivo di restituzione, ad esempio, non serve soltanto a “chiudere” la pratica, ma apre la strada a una lettura più intelligente dei dati. Capire perché un prodotto torna indietro significa individuare problemi di taglia, aspettative non allineate, descrizioni non abbastanza chiare, immagini fuorvianti, errori nella scheda tecnica o criticità qualitative. In altre parole, il reso smette di essere solo un costo e può diventare una fonte utile di insight per migliorare assortimento, listing e processi.

    Sul piano dell’esperienza utente, la forza della soluzione sta soprattutto nella flessibilità. Il cliente finale può gestire il reso con modalità più vicine alle proprie abitudini: non necessariamente aspettando un ritiro a domicilio, ma sfruttando una rete capillare di punti di consegna. GLS collega questo approccio alla propria infrastruttura Parcel Shop e, per l’ambito internazionale, parla di una rete di oltre 50.000 Parcel Shops dedicati ai resi in Europa, mentre la pagina italiana di Shop Return Service estende il riferimento a oltre 100.000 GLS Points europei.

    Per i merchant, invece, il beneficio è duplice. Da un lato c’è una riduzione della complessità operativa, perché il flusso viene standardizzato e digitalizzato. Dall’altro c’è un maggiore controllo del processo, grazie a un’impostazione che consente di integrare la gestione dei resi in modo più coerente con l’organizzazione aziendale. Non è un caso che GLS presenti da tempo anche ReturnService come servizio dedicato a chi vende online e ha bisogno di gestire i resi in maniera semplice e veloce, segno che il gruppo considera la reverse logistics una leva strategica per l’eCommerce.

    Il lancio o comunque la crescente enfasi su soluzioni come Shop Return Service riflette una trasformazione più ampia del settore. Oggi non basta più spedire bene: bisogna anche saper gestire bene l’eventuale ritorno della merce. Nei periodi di picco, come ricorda GLS nei suoi contenuti dedicati alla logistica eCommerce, dopo il picco delle vendite arriva spesso anche il picco dei resi, soprattutto in categorie come fashion ed elettronica. In questi casi diventano centrali l’automazione delle autorizzazioni, la generazione delle etichette, l’uso di reti out of home e il controllo dei tempi di rimborso.

    È proprio qui che si intravede il cambio di paradigma. Per anni il reso è stato percepito come un male necessario. Oggi, invece, diventa un elemento competitivo. Un merchant che offre un sistema di restituzione semplice, tracciabile e ben comunicato riduce la barriera all’acquisto, soprattutto nei contesti in cui il consumatore teme il rischio di sbagliare prodotto o di dover affrontare procedure complicate in caso di restituzione. In questo senso, il reso non è più soltanto un tema logistico: è una componente della conversione.

    Per chi opera sui marketplace o in logica omnicanale, il tema è ancora più rilevante. L’esperienza del cliente non si ferma infatti al checkout, ma comprende tutto il percorso, inclusa la gestione del post-vendita. Se il processo di reso è dispersivo, manuale o poco trasparente, il rischio è quello di compromettere una relazione costruita con investimenti in advertising, contenuti, posizionamento e customer care. Se invece il reso viene gestito con un sistema fluido e integrato, anche un momento potenzialmente critico può trasformarsi in un’occasione di fidelizzazione.

    In definitiva, Shop Return Service si inserisce in una direzione ormai chiara: rendere la reverse logistics più digitale, più capillare e più vicina alle esigenze reali dell’eCommerce. La novità non sta solo nella possibilità di restituire un pacco in modo più comodo, ma nell’idea che il reso debba essere pensato come parte integrante della strategia di vendita. E per brand, retailer e operatori logistici questo significa una cosa molto concreta: nel commercio online di oggi, semplificare i resi non è un dettaglio operativo, ma un vantaggio competitivo.

  • FBA, FBM o 3PL? Come scegliere il modello logistico giusto con il supporto dell’AI

    FBA, FBM o 3PL? Come scegliere il modello logistico giusto con il supporto dell’AI

    Quando si vende online, la logistica non è un aspetto secondario. Al contrario, è uno degli elementi che incidono di più su costi, tempi di consegna, qualità del servizio e possibilità di crescita.

    Per questo la scelta tra FBA, FBM e 3PL non dovrebbe mai essere affrontata in modo superficiale. Non esiste infatti una soluzione valida per tutti. Esiste la soluzione più adatta a un determinato prodotto, a uno specifico mercato e a un preciso obiettivo commerciale, o addirittura ad una specifica stagione.

    Ed è proprio da questa considerazione che nasce l’approccio adottato da Zelda Group e Konke Srl: non trattare la logistica come una scelta standard, ma come una decisione strategica da valutare caso per caso, anche attraverso un sistema integrato di soluzioni sviluppate da più di dieci anni e ora automatizzate con l’AI in grado di individuare in tempo reale quale sia il modello più efficiente tra FBA, FBM e 3PL.

    Tre modelli diversi, tre logiche diverse

    FBA è il modello in cui Amazon gestisce gran parte del processo logistico: stoccaggio, preparazione, spedizione e parte del post-vendita. È una soluzione particolarmente utile quando i prodotti hanno un alta velocità di rotazione, oppure si vogliono velocizzare le consegne, semplificare i flussi operativi e beneficiare della struttura logistica di Amazon. La contro-indicazione è abitualmente il costo della logistica di Amazon che è usualmente il più alto del mercato.

    FBM, invece, prevede che sia il merchant a gestire direttamente la logistica, internamente o tramite un proprio partner. Questo approccio offre maggiore controllo sui processi, sul packaging e sulla gestione operativa, e può essere vantaggioso in molte situazioni soprattutto in fase di start up o di lente rotazioni.

    La 3PL, infine, rappresenta una logistica esterna e integrata, affidata a un operatore specializzato. È spesso la scelta più adatta per i brand che vendono su più canali, in più Paesi, e che hanno bisogno di coordinare marketplace, e-commerce, corrieri, resi e sistemi gestionali all’interno di un unico flusso.

    Il punto non è scegliere un modello in assoluto

    La vera domanda non è se sia meglio FBA, FBM o 3PL. La vera domanda è quale modello sia più adatto in quel momento, per quel prodotto e per quel mercato.

    Ci sono articoli che funzionano bene in FBA perché hanno una rotazione alta, margini adeguati e richiedono consegne rapide. Ce ne sono altri che rendono meglio in FBM, magari perché hanno esigenze particolari di confezionamento o perché il brand vuole mantenere un controllo diretto sulla gestione dell’ordine. In altri casi, soprattutto in una logica multicanale e internazionale, la soluzione più efficace è una 3PL integrata.

    Proprio per questo oggi non ha più senso ragionare in modo rigido. La logistica deve essere flessibile, adattabile e guidata da dati concreti.

    Il valore dell’AI nella scelta logistica

    È qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale.

    Il sistema integrato adottato da Zelda Group e Konke Srl consente di analizzare una serie di variabili fondamentali per capire quale modello logistico sia davvero il più conveniente in ogni momento. Non si tratta quindi di scegliere “a sensazione”, ma di basarsi su elementi reali: rotazione del prodotto, marginalità, peso e volume, destinazione, costi di spedizione, livello di servizio richiesto, gestione dei resi, stagionalità, complessità operativa e obiettivi di crescita.

    Questo approccio permette di fare una valutazione molto più precisa e soprattutto più dinamica. Uno stesso prodotto può essere adatto a FBA in una fase di sviluppo, ma diventare più efficiente in FBM o in 3PL in un momento successivo. La scelta logistica, quindi, non è più fissa, ma evolve insieme al business.

    Un approccio più evoluto alla logistica

    Oggi il vantaggio competitivo non sta nello scegliere una sola strada e mantenerla a tutti i costi. Sta nella capacità di adottare il modello più adatto in base allo scenario.Per questo Zelda Group e Konke Srl hanno sviluppato un approccio che unisce esperienza operativa, integrazione tecnologica e supporto dell’AI. L’obiettivo è individuare, di volta in volta, la soluzione logistico-distributiva più efficace per migliorare marginalità, efficienza e qualità del servizio.

    Conclusione

    Scegliere tra FBA, FBM e 3PL non significa solo decidere come spedire un ordine. Significa costruire un modello logistico coerente con il proprio business, con i propri prodotti e con i propri obiettivi di crescita.In un mercato sempre più competitivo, la logistica non può più essere standard. Deve essere ragionata, flessibile e guidata dai dati.

    Ed è proprio in questa direzione che si muove il lavoro integrato di Zelda Group e Konke Srl: trasformare la logistica da semplice funzione operativa a leva strategica per la crescita sui marketplace.